martedì 17 dicembre 2013

Insospettabile leggerezza

Dipingevo mostri come fossero fiori
perché il brutto divenisse bello, l’aria respirabile, il catrame commestibile.
Anni addietro solo bellezza, solo presenza, solo compiacenza.
                                                           
Insospettabile leggerezza mi stringe l’animo, del sapere di non avere più.
Guardo angoli di muri grigi, spigoli che si flettono nella mia mente.

Il fumo negli occhi, sigarette alla menta rendono finta l’immagine, addolciscono il quotidiano gesto.
Come se la tristezza nel vento avesse più cose da dire
come se la tristezza nel vento avesse più cose da dire.

Manifestavo follia come rara allegria
perché l’insolito divenisse norma, il buio luce, il contrasto armonia.

Ed egli viveva leggero nella sua pesantezza.
Un uomo pieno del suo vuoto, mi irritava, mi infastidiva, mi indispettiva,
gradiva l’inutile quotidianità  che portava con se monotone sicurezze.

Insospettabile leggerezza mi stringe l’animo, del sapere di non avere più.
Fissità estranea ai miei occhi, pace dei miei più temuti momenti.



P.S.: Mi avevano chiesto di "scrivere" il testo di una canzone. Io non so scrivere canzoni! Per cui ho       pubblicato quello che ne è venuto fuori, lieta del fatto che non sarà mai una canzone!

mercoledì 20 novembre 2013

Malefica, malvagia, immorale ed amorale!

Alcuni anni fa, 2 o 3 circa, avevo dei lunghi capelli rossi con frangia. Mi piacevano moltissimo, mi piacevano talmente tanto che dal giorno alla notte, di punto e in bianco, un giorno, rincasai senza che mia madre mi riconoscesse: capelli più corti di quelli di un uomo e neri!

A grandi linee potevo essere così: il labile confine tra l’amore e l’odio, tra l’odio e l’amore. Mi era chiaro. Non era chiaro, tuttavia, alla “gente”. Alla gente lontana, alla gente vicina, alla gente amica che poi, per forza di cose, diventava a me nemica! Il demone, il male: credo io fossi questo per certe persone, le quali vivevano nel loro finto buonismo, nel loro mondo dove era persino difficile ipotizzarsi incazzati, come se essere incazzati con qualcuno li portasse dritti all’inferno. Ma contro tutta la loro “bontà” c’ero io! A ricordare loro che potevano sentirsi “umani” e dunque difettati e dunque esseri impazienti ed imperfetti.

Amavo essere così per chi mi odiava quando ero così!

Malefica, malvagia, immorale ed amorale! Sopra le righe, sovversiva.

E tu, tu mi temevi ma solo perché sapevi che saresti rimasto/a la persona codarda ed anonima, che non saresti mai stato/a capace di dirmi che  potevo averti deluso o ferito.

Ma un giorno è venuto fuori anche il peggio di te,  patetico essere buono ed accondiscendente. Di ognuno di  noi viene fuori il peggio quando vengono toccate le nostre certezze, le nostre campane di vetro, le nostre presunte innocenze, le nostre bolle di sapone.

Alcuni anni fa, 2 o 3 circa, trovai un amico. Mi piaceva moltissimo, mi piaceva talmente tanto che dal giorno alla notte, di punto e in bianco, un giorno, non mi piacque più: lo rimossi dalla  vita con la stessa forza con cui si strofina una gomma su un errore di scrittura a penna su di un compito in classe.

Mi dispiaceva?

Per nulla. Non posso dispiacermi di "perdere" chi vuole accanto a sé la persona dalle parole sempre giuste al momento giusto.

Continuerò a far crescere capelli e a tagliarli…

Continuerò….






martedì 29 ottobre 2013

Un bianco e nero poco sbiadito.

Da  piccola mia mamma mi mandava ogni tanto a fare le piccole spese per la casa e mi raccomandava questo: “Non buttare lo scontrino!”. A tutt’oggi io non butto mai gli scontrini ma li getto nelle tasche dei pantaloni, nelle tasche della borsa, ovunque, ma non me ne disfo mai del tutto! Ed è un male: gli scontrini andrebbero fatti in mille pezzi, bruciati. Perché? Semplice!
Non c’è nulla di più dettagliato di uno scontrino: luogo, data, ora precisa al secondo.
Una bomba ad orologeria nelle tue tasche, nella tua borsa, nel tuo portafogli.
Bomba ad orologeria per cosa? Per quei ricordi che gli scontrini ti impongono! Quasi ti violentano, laddove non vorresti ricordare di essere stato in un posto in una determinata ora di un fottuto giorno.

E così è accaduto che indossai una giacca che non utilizzavo da mesi, misi la mano nella tasca destra e trovai lui, ben conservato, inchiostro minimamente sbiadito. Fine agosto, il pellicciotto delle serate fredde, quelle estive, ma fredde, dei giorni trascorsi in montagna.
Il ricordo di due lattine di coca cola, di cui una light.
Non avevamo voglia di bere birra ma avevamo voglia di farci quelle scale in salita, verso il castello. Gradoni illuminati, infelici tentativi di immortalare il momento con foto dai contorni sbiaditi.
Discorsi sulla meditazione e la calma interiore.
Abbracci di gioia, risa, David Bowie…

E se non avessi voluto ricordare tutto questo?

La bellezza dei luoghi e dei tempi di quella data non corrispondeva di certo a quella di quando mi ritrovai in mano quel pezzo di carta: mi sembrava passata una vita, mi sembravano passate anime. Quel ricordo così bello mi sembrava quasi frutto della mia fantasia. Come rivedere un film di cui sei stato tu stesso il protagonista, il cui finale ti sembrava bellissimo…il cui finale ti sembra, poi, lontano anni luce da quel che fu.
Strapperò ogni scontrino o, più semplicemente, non comprerò più nulla!
Così dovrei non ricordare!
Ma sarei disposta a non ricordare? Ed ancora prima, sarei disposta a non comprare?

Mi tengo ben stretto il ricordo ed anche quello scontrino, in nome di un’incoerenza che solo certi legami mi sanno dare...



giovedì 10 ottobre 2013

L'estetica della morte.

Mi sembrava immenso, molto più di quanto realmente fosse.

Affollattissimo, di anime silenti in strutture maestose e dal fascino irresistibile. Non si sentiva che lo scricchiolare dei miei anfibi sulle foglie secche ed il vento ed il volo basso di cornacchie nere che si posavano su quelle imponenti tombe consumate dagli anni, rivestite ormai di muschi e foglie. Quel posto raccontava vite, non era affatto il luogo della morte, c’era più vita lì che in una piazza gremita di gente. In genere il perdermi in luoghi sconosciuti mi generava un’ansia enorme, l’essermi persa nel cimitero di Père-Lachaise placò ogni mia dannazione.

Il fascino è decadenza, è imperfezione, è usurato dal tempo, è colore sbiadito, è un raggio di sole a malapena percepito tra rami di alberi spogli. In certi posti vedevo il senso che altrove non c’era, capivo ciò che mi dava vita. L’estetica “raccapricciante” , per i più,  era l’estetica delle estetiche, per me.

Purtroppo non avevo molto tempo: i miei occhi si riempirono di lacrime di fronte alla tomba di quel  ragazzo, all’epoca 27enne,  che cantava di quanto “le persone sono strane”. Si camuffava tra tutti quegli spiriti, differiva perché aveva una foto, lì dove le foto erano superflue. Ognuno poteva essere ricordato per la particolarità del luogo specifico in cui risiedeva.

 E capii una gran cosa.


La vita avrebbe dovuto parlarci di meno e la morte di più, ed invece…

              

sabato 28 settembre 2013

Col cuore a maggese.

Di quello che mi accadeva non riuscivo a fare una sintesi.

Gente va via, altra arriva. Dove? Nel giardino degli sguardi. Il "turnover" relazionale, quello che permette di renderti conto delle “comparse” e dei “protagonisti” in scena sul palco dei tuoi sentimenti.
Il copione? Ripetuto e ripetitivo. Per qualcuno che ti esce dal cuore sai che forse ci entrerà un altro, hai una fottuta paura di lasciarlo vuoto e così personaggi si alternano, in ruoli che non differiscono.

Per me era tutt’altro.

Avevo lasciato il cuore a maggese. A riposare, come i campi lasciati senza coltivazione, per tenerli puliti e al tempo stesso mossi in superficie. Non sapevo quanto sarebbe durato il mio maggese ma era la sensazione più bella, la leggerezza che subentrava a un cuore che per troppo tempo si era sentito pesante.

La convalescenza dell’animo ha bisogno di un terreno libero che nel frattempo si prepari ad accogliere il raccolto migliore della tua esistenza o forse, semplicemente, che “costringa” a vivere più degnamente la siccità e le impetuose grandinate.



martedì 24 settembre 2013

Il dolore, la tenerezza e l'idiosincrasia.

IL DOLORE
Capita che rileggendo ciò che scrivo, dopo un po’ di tempo, io avverta subitaneamente e lucidamente ciò che mi muoveva nella scrittura nel preciso istante in cui mettevo nero su bianco. In sostanza trovo sempre più introspettivi e più consoni alla mia persona quei post dettati dalla sofferenza e dal dolore. E non sono pochi! Le cose scritte nella “normalità” o nei momenti di calma mi sembrano banali! Sarà che essere allegri è banale, il più delle volte. E poi non è vero che c ‘è troppo dolore in me, credo ce ne sia troppo poco in voi! Per quanto, effettivamente, io sia la persona meno adatta alle vie di mezzo credo che comunque star male il giusto, per qualcosa o per qualcuno, serva. E, di sicuro, mi hanno lasciato di più Ugo Foscolo o Giacomo Leopardi di un demenziale Federico Moccia!

“L'uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore perché non è tutto da gettare via. C'è un dolore che tormenta e uno che matura. Un dolore che distrugge e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare.” (Romano Battaglia)

LA TENEREZZA
Alcune notti fa ho fatto uno strano sogno. In realtà mi sembrava fosse un sogno lucido. In ogni caso precedeva il mio risveglio, per cui difficile venisse perduto con l’avanzare della giornata. Non ricordo bene dove mi trovassi ma all’improvviso, di fronte a me, vedevo tanti piccoli conigli, bianchi, neri e pezzati! Mi venivano incontro e li prendevo tra le mie braccia. No, il giorno prima non avevo pensato a Camilla, la coniglietta nana che avevo anni fa, pelo rosso e occhi blu cobalto. Però l’associazione è stata immediata e così subito mi è tornato alla mente quando la accarezzavo e mi spappolava il cuore di tenerezza. Spulciando, poi, su google alla voce “Significato del sognare conigli” (sono una psicologa che non sa analizzare i sogni!) ho avuto la conferma che nel mondo onirico essi rappresentano una richiesta/desiderio di tenerezza. E riflettendo sulla mia attuale esistenza è quanto di più consono: quello che mi manca…è la tenerezza, l'altrui tenerezza.

“Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza non sa la più alta delle felicità umane. Dopo, nessun altro attimo di gioia eguaglierà quell'attimo”. (Gabriele D’Annunzio)

L’IDIOSINCRASIA
Il genere umano mi ha stancata e non ne conosco altri, di generi…purtroppo! Le specie animali non mi sono concesse (per ora!), a parte i miei amici pesci! Così, a volte, capita che dopo due giornate tra gli esseri umani io debba starmene dieci giorni per fatti miei, per disintossicarmi! Da cosa? Dalle minchiate che dite, dalle stronzate che NON fate, dalle posizioni e dagli impegni che non prendete. E lo so, ho scoperto l’acqua calda! E io voglio presenza e voi mi date assenza. E io voglio concretezza e voi mi date aleatorietà. E io voglio intelligenza e voi mi date stupidità! Credo che dopo che uno passi giorni e giorni in questo circo (con tutto il rispetto per i circhi!), la sopravvivenza sia legata ad un solo movente: la solitudine. Perché si: beata solitudo, sola beatitudo!


“Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole” (Carl Gustav Jung)



sabato 21 settembre 2013

Incipit d'autunno.

Era autunno e non cadevano le foglie.
Toccava aspettare.
Niente di più certo del susseguirsi delle stagioni,
le poche costanti che la vita offre.

Tutto torna, almeno nella forma.
Sostanze immutate, forse si o forse no:
i cuori che non avevi non li avrai.


La follia nel vento ha qualcosa da dire…


martedì 17 settembre 2013

Una sera che mi ascoltavo...

Frammenti
succulenti frammenti.
Ascoltavo Disintegration.
Mi  ardeva rabbia, mi ardeva impulso.

La labilità di ritmi circadiani tutti miei,
l’inconsistenza di disordinati pensieri.
Guardavo spigoli nel soffitto,
proiezioni ortogonali di spigoli dell’animo.

Immobili i miei pesci nella vasca,
pericoloso stand-by.
Riascoltavo Disintegration,
si placava la rabbia, si placava l’impulso.

Una notte mi attendeva,
fatta di stelle invisibili, di momenti invivibili.
Ero sempre io nel mio altalenare.
Ero sempre io fatta di oscuri momenti  e leggiadri godimenti.


Io, come una tenera e cupa sonorità anni ’80.


domenica 15 settembre 2013

Perché ti vesti sempre di nero?!

Perché ti vesti sempre di nero?!”

E’ la domanda che più sovente mi è stata rivolta, o per lo meno un tempo era una costante della mia vita. Non che ora non mi venga posta ma a certe “ossessioni” ci fai l’occhio, a certe ossessioni c’hanno fatto l’occhio!

Ammetto che è divertente, soprattutto non sapere dare una risposta appropriata lo è. Ma come faccio a spiegare perché vesto sempre di nero? Non si può. E così di fronte alle mie mancate risposte accade di tutto. Gente che mi propone interpretazioni psicoanalitiche da quattro soldi, altri che mi parlano della pericolosità del satanismo, mio zio che mi chiama Dracula, qualche amico che mi chiama “donna triste”!

Volete che vi parli dell’eleganza del colore nero? Banale.

Volete che vi dica che ascolto la darkwave? Banale.

Volete che ammetta che il nero snellisce? Banale.

Volete che riconosca che il nero camuffa gli aloni di sudore sotto alle ascelle? Banale.

Tralasciando qualsivoglia discussione su tristezza & co. ,la verità è semplice.


La verità è che….




                                IL NERO E' UN COLORE COSì ALLEGRO!

venerdì 13 settembre 2013

Tranquilli, esisto ancora!

C’è un’ossessione che mi assale di notte ed è quella di scrivere di persone, di luoghi, di incontri. Forse è la stessa ossessione con cui tu, lettore sporadico o ripetitivo, ti accingi sovente a leggere queste mie ridondanti “stronzate”. E magari linki le mie pagine ai tuoi amici, alle tue fidanzate: grazie per la pubblicità!
Ma almeno io mi paleso nei miei deliri, nelle mie esternazioni. Tu, invece, te ne stai nell’anonimato del lettore passivo come un prete assonnato dietro il confessionale!
 Per molti, forse, questo è solo un modo per sapere se vivo ancora, ma fossi in voi non ne sarei certa. Credo che anche nei mondi paralleli esista la connessione internet, per cui potrei anche  essere morta! Vi piacerebbe eh?! Ma sapete…c’è un modo migliore per sapere se esisto o meno e non è di certo questo! Si chiama concretezza, si chiama “ricerca”, si chiama presenza.


La vita al di là di uno schermo vi deve fare molta paura ma sapere di avere dei “followers” fissi mi fa comunque sorridere. In ogni caso, followers in carne ed ossa dove siete?! Forse, effettivamente, di voi non posso dire se esistiate o meno! Per quanto riguarda me vi volevo rassicurare dicendovi che, ahimè, sono ancora su questa terra e che ancora scriverò di voi, nel bene e nel male! Di qualcuno sicuramente non scriverò più e mi dispiacerà per il suo ego ma…ubi maior minor cessat!
A coloro i quali ho dedicato troppe pagine di questo blog, ho dato importanza che supera di gran lunga quella che meritano ma fa comunque piacere sapere che codeste persone si “aggiornino” sulla mia vita!

Tranquilli, sopravvivo. Se, invece, voi per sopravvivere dovete continuare a leggermi…fatevi due domandine!
Baci & abbracci.


                                       

martedì 27 agosto 2013

L'uomo che sentiva il dolore!

C’era una volta un tale.
“Io sento il tuo dolore”, diceva.
“Io ti porterò sempre dentro”, diceva.
Tutto questo lo consumava, ahimè! Tutto questo lo rattristava, ahimè!

Ok, ora mi libero della poeticità, subentra la modalità “scaricatore di porto”! Spiegami, mio caro tale: “Ma come cazzo fai a sentire il dolore della gente se di quella gente te ne sei voluto liberare?!”. “Ma come cazzo fai a portarti dentro le persone quando le persone, per te,  scadono come il latte del banco frigo…dopo mezza giornata!”.

Fottuto genio: io  non sento la tua genialità, io non la porterò sempre dentro, non mi consumerà e non mi rattristerà! La tua non è genialità di CUORE, è la genialità dell’opportunismo, di chi si salva la faccia, di chi non ammette che ci sono cose che muoiono…perché le ha fatte morire egli stesso!

E siccome passi per queste mie pagine sovente ( dovresti evitare, potrebbe essere troppo DOLOROSO!), dilettandoti nella lettura , nelle mie letture, beh sappi che se c’è uno che sente l’altrui dolore quello non sei di certo tu, tutt’al più Gesù Cristo! Ed io non sapevo di aver avuto a che fare con lui!!!

Anaffettivi cronici.

Empatici inconsistenti.

Difettati multipli.


                                                                          That’s all folks!



venerdì 26 luglio 2013

Relazioni "asintotiche".

Ho incontrato persone così tanto diverse da me da esserne affascinata sin dal primo istante. Persone piene, la cui pienezza è sempre stata tale da renderle in parte verosimilmente deludenti. Tutto ciò che è apparentemente bello ha sempre finito per deludermi o in parte distruggermi.
Una volta credevo che gli opposti si attraessero, poi ho creduto alle anime affini che si salutano sin da lontano, ora sono del parere che le relazioni, le relazioni che funzionano, non sono altro che la manifestazione di una bella botta di culo! E se il segreto fosse solo e semplicemente nell’accontentarsi? Ma di chi o di cosa poi? Quando mi sono “accontentata” degli esseri umani non mi sono mai sentita soddisfatta; la ricerca del “simile”, d’altro canto, si è sempre rivelata un totale fallimento. Chi è il simile? Il simile è colui potrebbe rappresentare la tua controparte, colui il quale si incastra perfettamente con le tue malsane abitudine, colui i cui demoni sono compatibili con i tuoi.
La verità è che ogni “simile” incrociato sul mio cammino non è mai stato altro se non un asintoto. Dalla matematica alla vita ci passa poco: “avvicinarsi indefinitamente a…” mi appartiene come la retta o la curva a cui si avvicina una determinata funzione. E’ il limite che sottende l’esistenza umana, di alcuni essere umani. Per fortuna non tutte le relazioni sono asintotiche, siano esse mirate alla ricerca del nulla, del diverso, del simile.
Ho incontrato stronzi/e, vuoti/e, frivoli/e, inconsistenti, inutili, idioti! Ma solo pochi di costoro sono stati “asintoti” e non so perché, o forse lo so, ma sfiorare queste persone senza mai toccarle è il sale della mia esistenza. Esse sono tutto pur senza darmi tutto. Stanno lì, ti avvicini e non è mai abbastanza. E’ l’equilibrio precario che me le rende affascinanti e detestabili al contempo, così diverse e cosi simili. Io adoro queste persone, mi hanno reso la vita più piena, me l’hanno resa sofferta. E se non avessi sofferto le avrei dimenticate in un battito di ciglia e non le avrei affatto amate.

Diversità, similitudine o botta di culo??!! Fondamentalmente non lo saprò mai ma l’importante è di sicuro non accontentarsi della banalità!

venerdì 5 luglio 2013

La mia canzone triste.

Ognuno ha, in me, una canzone triste: in sé, di sé, per sé.
Ci sono persone e per ognuna di esse io possiedo una canzone.
Una canzone triste,
                                                   che mi ricordi di volti, di gesti, di parole:
triste.
Che mi riporti in luoghi e tempi che furono e non saranno:
triste.
Che funga da dolore e da splendore, da richiamo e da distanza:
triste.
Che mi liberi e mi riempia, che mi uccida e mi resusciti:
triste.
Prova a pensare a qualcuno senza sentirne le note caratteristiche,
saprai che è come non percepirne l’esistenza.
Di quelle persone, ormai assenti, perché di mero passaggio,
io non ricordo che note tristi,
e nella tristezza io so che son più vive dei vivi,
e le sento così
e me le immagino così
tra quelle note decadenti...
E nulla mi rende più felice del viverle nella tristezza delle melodie che mi han lasciato,
che mi han suggerito

e che forse…non mi hanno mai restituito.


martedì 25 giugno 2013

Fenomenologia della menzogna: il "cazzaro seriale".

Ho sempre dovuto prendermi delle grandi pause di riflessione ogni qualvolta mi veniva voglia di scrivere su questo argomento di grande attualità, troppa gente potrebbe sentirsi chiamata in causa ma io sono solo una vittima della scientificità e dunque del metodo induttivo!

Domanda: “Ciao, ti va di venire a casa a cena?”
Risposta: “No, mi sento troppo male, ho 52 di febbre”.
E qui t’immagini che il soggetto stia per essere saldato nella bara!

Domanda: “Hei, che ne dici di prenderci un caffè alle 17?”
Risposta: “No, guarda devo studiare 54 libri per l’esame”
E qui t’immagini il soggetto alla prima elementare con le evidenti incapacità di calcolo, può darsi che 54 pagine lievitino a 54 libri!

Domanda: “Che ne dici se quest’estate ci facciamo un week end a Praga?”
Risposta: “Mi piacerebbe tanto ma non ho nemmeno un centesimo”.
E qui t’immagini il soggetto in questione a pranzo alla caritas quando tutto il mondo sa benissimo che va a puttane/gigolò costantemente!

Avete appena letto le tre scuse più gettonate per mandarvi a cagare, quelle che utilizzano la malattia, l’impegno stoico e la povertà come “conditio sine qua non” per esistere: perennemente morti, perennemente incasinati, perennemente poveri! Ma quanta infinita tristezza: dico io, almeno ogni tanto rendetevi originali e sfornate fregnacce alternative, che ne so…mi è esploso lo smartphone e son depresso, mi è morto il pesciolino nell’ampolla, ho perso un euro al gratta e vinci e non saprò come campare! Mi rendo conto che gli esempi riportati siano più assimilabili al concetto di “scusa” ma tra la scusa e la bugia il confine è labile e sottile. Una scusa sottointende  “quasi”sempre una bugia. Diciamo che se la si sa prendere con filosofia uno si fa anche delle grandi risate, in fin dei conti il “cazzaro seriale” è anche un individuo ripetitivo, scarsamente mnemonico, per cui raramente avrà il ricordo delle stronzate dette tempo addietro e ve le riproporrà sovente, ogni volta stupendosi esso stesso di cotanta genialità!  Parlo ironicamente perché l’ironia è fondamentale per alleggerire un argomento che è, sostanzialmente, pesante.





 Ho, purtroppo, conosciuto mentitori più o meno abili, assolutamente convincenti, le cui menzogne non si  sono limitate a scuse ma a vere e proprie storie basate su tempi, luoghi e persone. Affascinati, per altro. Ma il quesito che mi sono sempre posta è il seguente: sono consapevoli o inconsapevoli, consci o inconsci di ciò che stanno narrando? La dicotomia mi suggerisce solo due strade, senza vie di mezzo né sfumature: la strada della stronzaggine e la strada della patologia. I mentitori “stronzi” sono consapevoli, questi sono quelli che mi fanno più rabbia. I mentitori patologici, quelli apparentemente inconsapevoli, mi fanno un’enorme tristezza. In entrambi i casi la sostanza non cambia: vivono di bugie e tu ti trovi coinvolto in un vortice ingestibile. Non è affatto semplice difendersi dal “cazzaro seriale”, il quale in ogni caso negherebbe persino l’evidenza. Se si vuole continuare ad avvalersi della sua presenza il consiglio è quello di fare una sorta di media delle cazzate dette, non si sa mai che ne venga fuori qualcosa di vagamente simile al vero. Ma il consiglio più grande è quello di tener presente che chi mente anche solo una volta sarà in grado di rifarlo e rifarlo e rifarlo ancora. Per cui sta a voi scegliere: se siete un po’ cazzari non avrete problemi a convivere con un altro cazzaro, se siete paladini della giustizia concedetevi il lusso di “sfanculare” il menzognere.

Ognuno ha diritto a circondarsi di brandelli di verità e ricordate: chi ci fa può sempre non farci ma chi ci è….non può non esserci!

domenica 16 giugno 2013

...un estratto dal "romanzo" che sto scrivendo!

“Io non ti aspetterò e non ti chiederò scusa di questo. Non sarò il fiorista che recapita girasoli né la mano accogliente a distanza ma dio solo sa se non vorrei che tu fossi qui, e per qui intendo un raggio umanamente visibile e percorribile non solo dalle parole. Non ti pretendo vicina di casa ma ti sogno realizzabile”.

Gocce…1, 2, 3….6. Gocce. Splash, splash, splash. Quando sentivo il rumore del loro armonico cadere nel mezzo bicchiere d’acqua provavo un sollievo, un enorme sollievo. Il momento successivo, il sorseggiarle assaporandole con cura, l’apoteosi. E così chiudevo gli occhi, aspettando il momento meno lucido della mia giornata, spalmata sul mio letto come un geko alla sua parete. Caldo, freddo, freddo, caldo: simili erano le sensazioni di quel viaggio serale che iniziava così. L’abbandono, infine, al mondo onirico era l’unica certezza che possedevo, l’unico momento che placava la mia anarchia interiore, una ricercata serenità mai trovata nell’arco delle precedenti sedici ore di un’interminabile giornata fatta di schizofrenici minuti in labili ore. La parola “dipendenza” mi si addiceva nella misura in cui pensavo alle gocce anche quando sapevo benissimo che erano semplicemente il mio pass verso l’obnubilamento notturno dei sensi. Ma ci pensavo, si. Sarebbe stato bello intorpidire tutte le altre ore, quei minuti, quei secondi. Dovevo fermarmi. La mente doveva farlo e non di certo anestetizzandosi. Sostituivo una dipendenza con un’altra, sostituivo la dipendenza da lui con sostanze dal dubbio gusto. Quanta sprecata consapevolezza, inutile consapevolezza. E quelle parole lì su, quelle tra ingombranti virgolette, avrei voluto discioglierle come gocce nell’acqua, ingerirle e rivomitarle, per liberarmene per sempre. Ma come fai a liberarti di un pensiero che un tempo era stato pensato e scritto per te? Come fai a metterti al di là di esso e guardarlo come si guardano anonime scritte su di un muro? Per quanto male facesse, le leggevo e le rileggevo, componevo e scomponevo significati, aggiungevo, sottraevo, ottimismo, pessimismo, slanci e morte. E quelle parole erano tutto questo: il marasma in poco più di tre righe, l’idiosincrasia. Un  marasma che, a volte, non mi lasciava respirare e mi impallidiva a tal punto da farmi perdere la percezione dei contorni del mio volto. Cosa si è per le persone? Null’altro che momento nel loro momento. C’è chi di quel momento sa, a un certo punto, fare a meno. C’è chi, invece, di quel momento ne fa il turbamento di frammenti di esistenza, ne fa la dipendenza della sua dipendenza. Ecco, da cosa dipendessi non lo sapevo. Persone, pensieri, ricordi, gesti: per tutto questo c’erano le gocce, per ricordarmi di dipendere da una sola sostanza che racchiudeva in sé mille forme. E lui cosa era? Il suo caos in me. Ed Io? Il mio caos nel suo. Cosa ne rimaneva? Sempre e soltanto abuso…di gocce.




lunedì 3 giugno 2013

Cuore nero



                                                           CUORE NERO





Chi l’ha detto che il cuore è rosso?
Qualche fiaba, qualche canzone, qualche dipinto…
Quando guardavo fuori dal finestrino di quel treno in corsa vedevo mare in tempesta.
Onde contro scogli, ne sentivo quasi il rumore, ne sentivo il taglio dello schianto , il gelo, il dolore.
Non potevo vederlo rosso quel mio cuore, cristallizzato, pietrificato, più gelido di quelle onde spietate.
Nero, per me era nero.
Il mio era nero.
A priori, a posteriori…nero.
Bontà, crudeltà…nero.
Presenza, assenza…nero.
Bellezza, bruttezza…nero.




Ma tu non credere sia facile:
te ne stai lì con tutti i tuoi bei colori, sapientemente o maldestramente dosati,
dici che il nero è assenza di colore, che è il colore dei morti, della non vita, del vecchio, di ciò che passa inosservato.
E non è forse più innaturale esibire finte allegrie e coriandoli in festa piuttosto che quel cristallo, quella pietra e quel gelo che i più non voglion vedere, che i più non sanno vedere, che i più si rifiutano di essere.
Nero, per me è nero.
Nulla più, non ora.
Domani? Potrebbe non essere un mio problema!



mercoledì 22 maggio 2013

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI!


E poi scendeva la sera e cliccavo su youtube…Ricerca: “The same deep water as you”- The Cure. Sai come funziona no??? Clicchi sul video, il video parte e a lato, sulla destra, i brani suggeriti. Quella sera la playlist suggerita era stratosferica: Jimi Hendrix, Joy Division, Bob Dylan, Mila e Shiro…. Mila e Shiro??!! Mila e Shiroooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo?! Oh cristo!
Non che non amassi il cartoon, c’ero cresciuta con sta roba anni ’80. Era il senso che aveva assunto 20 anni dopo che mi rendeva insopportabile il link e il suo contenuto. Se la rideva “Francesco” quando gli facevo notare la strana associazione col suo personale mondo della pallavolo.
Le palle, il suo argomento preferito! Freud cosa avrebbe potuto dire???? Vediamo: no, vabbé , meglio non addentrarsi, non amo la cattiveria gratuita, né la restituisco….sarebbe troppo scontato e banale!
“Andrò a puttane”! Ecco bravo, vai dove più ti compete, con tutto il rispetto per la professione.

Ma se per due punti passa una ed una sola retta, è pur vero che per tre punti non allineati passa una sola circonferenza. E se uno fa male i suoi conti, quei punti si trovano e come se si trovano! Passano e ripassano l’uno sull’altro per fare sta benedetta circonferenza!
La "boxeur"(peccato che al femminile sia boxeuse!), Mila e lui, l’anima fragile, indifesa, quella del “basta, vado via”, “me ne starò da solo”, “devo ritrovare me stesso”, “avete perso tutte, fatevene una ragione”, “ti porterò dentro anche se non ci sentiremo per il resto della vita”, “nel tuo amore non so stare, esso mi consuma”; un’inutile pezzo di carne attaccato a un pene, oserei dire.
Il triangolo (ma sarebbe da dire poligono, vista la dichiarata poligamia) non l avevo considerato, così come non avevo considerato quanto ci ho guadagnato ad essere Nami, l'antagonista di Mila che diventa, in qualche modo, sua cara amica.



Sai che c'è?!
A te Francois, alle tue bugie maldestre, basate forse su poca memoria e incoerenza costante auguro...lunga vita nel web, solo lì sei degno di esistere! Intortare ignare vittime con storie fantasiose…ti daranno il nobel, lo so e potrò dire d’averti conosciuto! Si cazzo, io l’ho conosciuto! E m’ha presa per il culo, e son felice! Tutte voi che avete conosciuto i comuni mortali potete dire lo stesso? Anche coloro di cui vi siete “innamorate” hanno 20 account diversi, con foto praticamente identiche e dalle identiche descrizioni su un fottuto social?! NOO??!! E allora non valgono un cazzo!
Bye bye persona triste, è stato un dis-piacere ma infondo ti ringrazio anche io. Quello che non uccide rende più forti. Ma tu, ti lascerai mai uccidere da uno straccio di senso di colpa???
 In quanto a me…continuerò a commuovermi uccidendo zanzare! Pare che le boxeur dark siano zuccherose a tal punto da commuoversi per simili omicidi!!! Peccato che io adori schiacciare gli insetti…ah già, ma la dark frequentata potrei non essere io! Ecco di nuovo grazie, per osmosi ora ho la tua egomania! Rimarrai sempre il mio “cazzaro preferito”!
Cos’altro dire? Tana libera tutti e…..AMEN!
P.S. Il narcisismo patologico è duro a morire ma mentre per te rappresenta il modus vivendi, per le tue “vittime” è il loro modus morendi! Rimani realmente da solo, limita i danni, il buon Dio ne terrà conto!


Tanti saluti da Mila. Se vuoi sapere cosa pensa di tutto questo
leggi il suo "Studio sul moto curvilineo ma uniformemente accelerato delle inesattezze terminologiche".

giovedì 16 maggio 2013

Quando un sentimento è univoco.

Arriva il momento in cui te lo senti dire: devi smetterla di amarmi!
Eh già perché l'amore non corrisposto sembra pesare di più a chi  lo "subisce" piuttosto che a chi se lo porta dentro senza poterlo esternare, condividere. Sempre detto: la gallina fa l'uovo e al gallo fa male il culo!
Ora uno ci scherza su, per sdrammatizzare, ma l'amore non corrisposto è tremendamente drammatico, è l'apoteosi del dolore dell'animo, secondo solo al lutto. E se ne è scritto e se ne è cantato ma non mi basta leggere e non mi basta ascoltare per rinsavirne, non ora.
Il buon Proust diceva  che "si ama solo ciò che non si possiede del tutto", ma in una simile affermazione comparirebbero termini apparentemente antitetici, quello del possesso, quello dell'amore....se l'amore non è possesso, allora come potrei condividere a pieno il suo pensiero? C'è che forse il possesso ti scatta in automatico quando all'altro di te non frega nulla e ciò non svaluta l'amore, il sentimento, ma lo carica semplicemente di qualcosa di malsano. Quello che non hai diventa tutto quello che vorresti, è posseduto nella tua mente perché puoi averlo solo lì, tra quelle sinapsi e quei neurotrasmettitori sempre più carenti di serotonina perché alla fine ti riduci così: pensiero immobile del volere non avuto se non come forma, se non come ombra, se non come fantasma.
Hai fatto bene a dirmi che nella nobiltà di chi ama c'è il peso di chi si sente amato e non sa né può né vuole ricambiare.
Qual'è la colpa? Dov'è la colpa? Se io l'avessi taciuto, tu non l'avresti saputo. Nel mondo ci sarebbe stato un dolore in meno forse, ma ormai cosa cambia?
Di non corrispondenza vivevo, vivo e vivrò finché un giorno ci ritroveremo perché a me non peserà il di più che ho e a te non peserà il di meno che hai...nell'equilibrio di chi non avrà forse più nulla da dirsi, nell'equilibrio di chi non è più nulla in quanto è stato tutto nell'asimmetria dei sentimenti.
Quindi dovrei smettere???
Preferisco soffrire anziché anestetizzarmi...