martedì 29 ottobre 2013

Un bianco e nero poco sbiadito.

Da  piccola mia mamma mi mandava ogni tanto a fare le piccole spese per la casa e mi raccomandava questo: “Non buttare lo scontrino!”. A tutt’oggi io non butto mai gli scontrini ma li getto nelle tasche dei pantaloni, nelle tasche della borsa, ovunque, ma non me ne disfo mai del tutto! Ed è un male: gli scontrini andrebbero fatti in mille pezzi, bruciati. Perché? Semplice!
Non c’è nulla di più dettagliato di uno scontrino: luogo, data, ora precisa al secondo.
Una bomba ad orologeria nelle tue tasche, nella tua borsa, nel tuo portafogli.
Bomba ad orologeria per cosa? Per quei ricordi che gli scontrini ti impongono! Quasi ti violentano, laddove non vorresti ricordare di essere stato in un posto in una determinata ora di un fottuto giorno.

E così è accaduto che indossai una giacca che non utilizzavo da mesi, misi la mano nella tasca destra e trovai lui, ben conservato, inchiostro minimamente sbiadito. Fine agosto, il pellicciotto delle serate fredde, quelle estive, ma fredde, dei giorni trascorsi in montagna.
Il ricordo di due lattine di coca cola, di cui una light.
Non avevamo voglia di bere birra ma avevamo voglia di farci quelle scale in salita, verso il castello. Gradoni illuminati, infelici tentativi di immortalare il momento con foto dai contorni sbiaditi.
Discorsi sulla meditazione e la calma interiore.
Abbracci di gioia, risa, David Bowie…

E se non avessi voluto ricordare tutto questo?

La bellezza dei luoghi e dei tempi di quella data non corrispondeva di certo a quella di quando mi ritrovai in mano quel pezzo di carta: mi sembrava passata una vita, mi sembravano passate anime. Quel ricordo così bello mi sembrava quasi frutto della mia fantasia. Come rivedere un film di cui sei stato tu stesso il protagonista, il cui finale ti sembrava bellissimo…il cui finale ti sembra, poi, lontano anni luce da quel che fu.
Strapperò ogni scontrino o, più semplicemente, non comprerò più nulla!
Così dovrei non ricordare!
Ma sarei disposta a non ricordare? Ed ancora prima, sarei disposta a non comprare?

Mi tengo ben stretto il ricordo ed anche quello scontrino, in nome di un’incoerenza che solo certi legami mi sanno dare...



giovedì 10 ottobre 2013

L'estetica della morte.

Mi sembrava immenso, molto più di quanto realmente fosse.

Affollattissimo, di anime silenti in strutture maestose e dal fascino irresistibile. Non si sentiva che lo scricchiolare dei miei anfibi sulle foglie secche ed il vento ed il volo basso di cornacchie nere che si posavano su quelle imponenti tombe consumate dagli anni, rivestite ormai di muschi e foglie. Quel posto raccontava vite, non era affatto il luogo della morte, c’era più vita lì che in una piazza gremita di gente. In genere il perdermi in luoghi sconosciuti mi generava un’ansia enorme, l’essermi persa nel cimitero di Père-Lachaise placò ogni mia dannazione.

Il fascino è decadenza, è imperfezione, è usurato dal tempo, è colore sbiadito, è un raggio di sole a malapena percepito tra rami di alberi spogli. In certi posti vedevo il senso che altrove non c’era, capivo ciò che mi dava vita. L’estetica “raccapricciante” , per i più,  era l’estetica delle estetiche, per me.

Purtroppo non avevo molto tempo: i miei occhi si riempirono di lacrime di fronte alla tomba di quel  ragazzo, all’epoca 27enne,  che cantava di quanto “le persone sono strane”. Si camuffava tra tutti quegli spiriti, differiva perché aveva una foto, lì dove le foto erano superflue. Ognuno poteva essere ricordato per la particolarità del luogo specifico in cui risiedeva.

 E capii una gran cosa.


La vita avrebbe dovuto parlarci di meno e la morte di più, ed invece…