martedì 25 giugno 2013

Fenomenologia della menzogna: il "cazzaro seriale".

Ho sempre dovuto prendermi delle grandi pause di riflessione ogni qualvolta mi veniva voglia di scrivere su questo argomento di grande attualità, troppa gente potrebbe sentirsi chiamata in causa ma io sono solo una vittima della scientificità e dunque del metodo induttivo!

Domanda: “Ciao, ti va di venire a casa a cena?”
Risposta: “No, mi sento troppo male, ho 52 di febbre”.
E qui t’immagini che il soggetto stia per essere saldato nella bara!

Domanda: “Hei, che ne dici di prenderci un caffè alle 17?”
Risposta: “No, guarda devo studiare 54 libri per l’esame”
E qui t’immagini il soggetto alla prima elementare con le evidenti incapacità di calcolo, può darsi che 54 pagine lievitino a 54 libri!

Domanda: “Che ne dici se quest’estate ci facciamo un week end a Praga?”
Risposta: “Mi piacerebbe tanto ma non ho nemmeno un centesimo”.
E qui t’immagini il soggetto in questione a pranzo alla caritas quando tutto il mondo sa benissimo che va a puttane/gigolò costantemente!

Avete appena letto le tre scuse più gettonate per mandarvi a cagare, quelle che utilizzano la malattia, l’impegno stoico e la povertà come “conditio sine qua non” per esistere: perennemente morti, perennemente incasinati, perennemente poveri! Ma quanta infinita tristezza: dico io, almeno ogni tanto rendetevi originali e sfornate fregnacce alternative, che ne so…mi è esploso lo smartphone e son depresso, mi è morto il pesciolino nell’ampolla, ho perso un euro al gratta e vinci e non saprò come campare! Mi rendo conto che gli esempi riportati siano più assimilabili al concetto di “scusa” ma tra la scusa e la bugia il confine è labile e sottile. Una scusa sottointende  “quasi”sempre una bugia. Diciamo che se la si sa prendere con filosofia uno si fa anche delle grandi risate, in fin dei conti il “cazzaro seriale” è anche un individuo ripetitivo, scarsamente mnemonico, per cui raramente avrà il ricordo delle stronzate dette tempo addietro e ve le riproporrà sovente, ogni volta stupendosi esso stesso di cotanta genialità!  Parlo ironicamente perché l’ironia è fondamentale per alleggerire un argomento che è, sostanzialmente, pesante.





 Ho, purtroppo, conosciuto mentitori più o meno abili, assolutamente convincenti, le cui menzogne non si  sono limitate a scuse ma a vere e proprie storie basate su tempi, luoghi e persone. Affascinati, per altro. Ma il quesito che mi sono sempre posta è il seguente: sono consapevoli o inconsapevoli, consci o inconsci di ciò che stanno narrando? La dicotomia mi suggerisce solo due strade, senza vie di mezzo né sfumature: la strada della stronzaggine e la strada della patologia. I mentitori “stronzi” sono consapevoli, questi sono quelli che mi fanno più rabbia. I mentitori patologici, quelli apparentemente inconsapevoli, mi fanno un’enorme tristezza. In entrambi i casi la sostanza non cambia: vivono di bugie e tu ti trovi coinvolto in un vortice ingestibile. Non è affatto semplice difendersi dal “cazzaro seriale”, il quale in ogni caso negherebbe persino l’evidenza. Se si vuole continuare ad avvalersi della sua presenza il consiglio è quello di fare una sorta di media delle cazzate dette, non si sa mai che ne venga fuori qualcosa di vagamente simile al vero. Ma il consiglio più grande è quello di tener presente che chi mente anche solo una volta sarà in grado di rifarlo e rifarlo e rifarlo ancora. Per cui sta a voi scegliere: se siete un po’ cazzari non avrete problemi a convivere con un altro cazzaro, se siete paladini della giustizia concedetevi il lusso di “sfanculare” il menzognere.

Ognuno ha diritto a circondarsi di brandelli di verità e ricordate: chi ci fa può sempre non farci ma chi ci è….non può non esserci!

domenica 16 giugno 2013

...un estratto dal "romanzo" che sto scrivendo!

“Io non ti aspetterò e non ti chiederò scusa di questo. Non sarò il fiorista che recapita girasoli né la mano accogliente a distanza ma dio solo sa se non vorrei che tu fossi qui, e per qui intendo un raggio umanamente visibile e percorribile non solo dalle parole. Non ti pretendo vicina di casa ma ti sogno realizzabile”.

Gocce…1, 2, 3….6. Gocce. Splash, splash, splash. Quando sentivo il rumore del loro armonico cadere nel mezzo bicchiere d’acqua provavo un sollievo, un enorme sollievo. Il momento successivo, il sorseggiarle assaporandole con cura, l’apoteosi. E così chiudevo gli occhi, aspettando il momento meno lucido della mia giornata, spalmata sul mio letto come un geko alla sua parete. Caldo, freddo, freddo, caldo: simili erano le sensazioni di quel viaggio serale che iniziava così. L’abbandono, infine, al mondo onirico era l’unica certezza che possedevo, l’unico momento che placava la mia anarchia interiore, una ricercata serenità mai trovata nell’arco delle precedenti sedici ore di un’interminabile giornata fatta di schizofrenici minuti in labili ore. La parola “dipendenza” mi si addiceva nella misura in cui pensavo alle gocce anche quando sapevo benissimo che erano semplicemente il mio pass verso l’obnubilamento notturno dei sensi. Ma ci pensavo, si. Sarebbe stato bello intorpidire tutte le altre ore, quei minuti, quei secondi. Dovevo fermarmi. La mente doveva farlo e non di certo anestetizzandosi. Sostituivo una dipendenza con un’altra, sostituivo la dipendenza da lui con sostanze dal dubbio gusto. Quanta sprecata consapevolezza, inutile consapevolezza. E quelle parole lì su, quelle tra ingombranti virgolette, avrei voluto discioglierle come gocce nell’acqua, ingerirle e rivomitarle, per liberarmene per sempre. Ma come fai a liberarti di un pensiero che un tempo era stato pensato e scritto per te? Come fai a metterti al di là di esso e guardarlo come si guardano anonime scritte su di un muro? Per quanto male facesse, le leggevo e le rileggevo, componevo e scomponevo significati, aggiungevo, sottraevo, ottimismo, pessimismo, slanci e morte. E quelle parole erano tutto questo: il marasma in poco più di tre righe, l’idiosincrasia. Un  marasma che, a volte, non mi lasciava respirare e mi impallidiva a tal punto da farmi perdere la percezione dei contorni del mio volto. Cosa si è per le persone? Null’altro che momento nel loro momento. C’è chi di quel momento sa, a un certo punto, fare a meno. C’è chi, invece, di quel momento ne fa il turbamento di frammenti di esistenza, ne fa la dipendenza della sua dipendenza. Ecco, da cosa dipendessi non lo sapevo. Persone, pensieri, ricordi, gesti: per tutto questo c’erano le gocce, per ricordarmi di dipendere da una sola sostanza che racchiudeva in sé mille forme. E lui cosa era? Il suo caos in me. Ed Io? Il mio caos nel suo. Cosa ne rimaneva? Sempre e soltanto abuso…di gocce.




lunedì 3 giugno 2013

Cuore nero



                                                           CUORE NERO





Chi l’ha detto che il cuore è rosso?
Qualche fiaba, qualche canzone, qualche dipinto…
Quando guardavo fuori dal finestrino di quel treno in corsa vedevo mare in tempesta.
Onde contro scogli, ne sentivo quasi il rumore, ne sentivo il taglio dello schianto , il gelo, il dolore.
Non potevo vederlo rosso quel mio cuore, cristallizzato, pietrificato, più gelido di quelle onde spietate.
Nero, per me era nero.
Il mio era nero.
A priori, a posteriori…nero.
Bontà, crudeltà…nero.
Presenza, assenza…nero.
Bellezza, bruttezza…nero.




Ma tu non credere sia facile:
te ne stai lì con tutti i tuoi bei colori, sapientemente o maldestramente dosati,
dici che il nero è assenza di colore, che è il colore dei morti, della non vita, del vecchio, di ciò che passa inosservato.
E non è forse più innaturale esibire finte allegrie e coriandoli in festa piuttosto che quel cristallo, quella pietra e quel gelo che i più non voglion vedere, che i più non sanno vedere, che i più si rifiutano di essere.
Nero, per me è nero.
Nulla più, non ora.
Domani? Potrebbe non essere un mio problema!