Era seduta di fronte a me, su
quel bus.
Occhi cerulei, carnagione rosea,
rughe, capelli neri trascurati. Non so quanti anni potesse avere, certo non era
giovane. Potevo definirla “anziana” ma forse era solo la vita ad averla resa
così; stanca, sguardo fisso, immobile, a tratti perso e disperso. D’improvviso, in quello spazio tra me e lei, si materializzò uno specchio. E vidi me, la me
che sarebbe stata: quegli occhi, quella pelle, quella fissità.
Pensai alla mia vita, a quella
passata. Quella futura ce l’avevo già davanti.
È inutile: certe anime ci fanno
da specchio, ce le sentiamo dentro tanto quanto la nostra. Sentiamo il loro
dolore come fosse il nostro.
Lei mi fece pensare a molte cose.
Aveva abiti semplici, nemmeno troppo puliti.
Pensai alla povertà, quella che
incontravo tutti i giorni e che bypassavo ogni volta che entravo in un negozio
attratta dal solito abitino nero, un altro della serie.
Mi fece pensare alla solitudine, quella che a
volte faticavo a vivere e altre faticavo a lasciar andare via.
Mi fece pensare all’amore, quello
mai trovato, quello solo sfiorato, quello timidamente accarezzato, quello
deprivato, quello tormentato.
Mi fece pensare alle mancanze più
che alle assenze: a chi non avevamo più dentro ma esisteva fuori e dappertutto.
Era natale, c’era quell’aria di
insoddisfazione che portava a vedere nebbia, a vedere malinconie travestite da
maniacalità, povertà travestita da ricchezza, stupidità travestita da
intelligenza.
Ma lei no. Lei se ne stava lì.
Io me ne stavo lì.
E mi portò a ricordare che se ero
lì, che se fossi un giorno stata lei…sarebbe stato per quelle mancanze.
Ed io non riuscii mai più a
capire.
Se a mancarmi ero io. Se a
mancarmi era l’abitudine. Se a mancarmi era lui.

