sabato 12 dicembre 2015

Missing

Era seduta di fronte a me, su quel bus.

Occhi cerulei, carnagione rosea, rughe, capelli neri trascurati. Non so quanti anni potesse avere, certo non era giovane. Potevo definirla “anziana” ma forse era solo la vita ad averla resa così; stanca, sguardo fisso, immobile, a tratti perso e disperso. D’improvviso, in quello spazio tra me e lei, si materializzò uno specchio. E vidi me, la me che sarebbe stata: quegli occhi, quella pelle, quella fissità.
Pensai alla mia vita, a quella passata. Quella futura ce l’avevo già davanti.

È inutile: certe anime ci fanno da specchio, ce le sentiamo dentro tanto quanto la nostra. Sentiamo il loro dolore come fosse il nostro.
Lei mi fece pensare a molte cose. Aveva abiti semplici, nemmeno troppo puliti.

 Pensai alla povertà, quella che incontravo tutti i giorni e che bypassavo ogni volta che entravo in un negozio attratta dal solito abitino nero, un altro della serie.

 Mi fece pensare alla solitudine, quella che a volte faticavo a vivere e altre faticavo a lasciar andare via.

Mi fece pensare all’amore, quello mai trovato, quello solo sfiorato, quello timidamente accarezzato, quello deprivato, quello tormentato.

Mi fece pensare alle mancanze più che alle assenze: a chi non avevamo più dentro ma esisteva fuori e dappertutto.

Era natale, c’era quell’aria di insoddisfazione che portava a vedere nebbia, a vedere malinconie travestite da maniacalità, povertà travestita da ricchezza, stupidità travestita da intelligenza.

Ma lei no. Lei se ne stava lì.
Io me ne stavo lì.
E mi portò a ricordare che se ero lì, che se fossi un giorno stata lei…sarebbe stato per quelle mancanze.

Ed io non riuscii mai più a capire.


Se a mancarmi ero io. Se a mancarmi era l’abitudine. Se a mancarmi era lui.

Vissi così.


giovedì 20 agosto 2015

Agosto, un anno dopo.


Tornare a scrivere.
 Accade quasi sempre d estate, quasi sempre nel buio, quasi sempre nel dolore.
È cosi: non c'è fiore, non c'è luna, non c'è mare.
Solo cipressi, nebbie, deserti.

Fissare il soffitto essendo ad esso paralleli. Bianco come un foglio. Immaginare vi si materializzino le risposte alle domande tortuose e opprimenti che affollano una mente stanca.

Il dolore è affascinante, esteticamente perfetto. È sempre vestito dei suoi migliori abiti. Si presenta agli appuntamenti,  sembra quasi non deludere mai. Ciclicamente torna, come le stagioni, la neve, l afa.
Elegante ogni volta. È il pieno di quel vuoto che senti. Il vuoto...

...dell amare.
Il concetto più astratto tra i concetti astratti. Un "dovere" per molti, un "volere" per pochi, un "potere" per alcuni.

Mentre preparavo una valigia sapevo che sarebbe stata sicuramente  leggera alla partenza e più pesante al ritorno ma mai avrei pensato di doverla disfare ancor prima di tutto ciò.

Non parti.
Non torni.
Non ami.
Non odi.

È un limbo affascinante e devastante al contempo. È lo stare fermo. Perché a volte devi stare così:immobile, come bloccato nelle sabbie mobili, sospeso, a metà tra il bene e il male, il dovere e il piacere.

Attendere chi? Attendere cosa?

Ci piace solo perché nutre le nostre sofferenze, ciba il tormento del nostro animo, qualora ne avessimo uno.

E cosi viviamo appesi perché incapaci ad essere felici ma troppo capaci ad esser tristi.