giovedì 21 marzo 2019

Incipit di primavera




21/03/2019

Non saprei dire quanto tempo è passato dall’ultimo post condiviso sul blog: mi sembrano vite, vite rilette, vite riflesse... nemmeno le mie.
Dicono che oggi sia primavera ma ho cercato di non rendermene conto.
L’ aria più calda, più leggera, i colori più nitidi, le giornate inesorabilmente più lunghe sono tra le cose che non abbiamo richiesto. E forse la ciclicità è rassicurante, quel sapere che tutto torna e non te ne fa percepire l’intrinseco mutamento dovuto al tempo che passa. Ai più piace, a me opprime.

Mentre me ne stavo tra i miei pensieri tra lo zapping tv pomeridiano, la mia attenzione è stata rapita da un documentario sui cerbiatti che sempre mi hanno intenerita. Ah sì, la primavera è bella ma mi rattrista. E’ come una brusca virata che ti rende difficile il contenimento emotivo.

Per tornare a scrivere devi essere a tocchi, a pezzi, scomposto, sventrato, testa al posto dei piedi, braccia al posto delle orecchie.
Devi sentire un tumulto interiore, un crash di punzecchianti pensieri dissonanti.

Grazie primavera, non avrei mai potuto sentirmi più viva nel mio sentirmi morta!

sabato 12 dicembre 2015

Missing

Era seduta di fronte a me, su quel bus.

Occhi cerulei, carnagione rosea, rughe, capelli neri trascurati. Non so quanti anni potesse avere, certo non era giovane. Potevo definirla “anziana” ma forse era solo la vita ad averla resa così; stanca, sguardo fisso, immobile, a tratti perso e disperso. D’improvviso, in quello spazio tra me e lei, si materializzò uno specchio. E vidi me, la me che sarebbe stata: quegli occhi, quella pelle, quella fissità.
Pensai alla mia vita, a quella passata. Quella futura ce l’avevo già davanti.

È inutile: certe anime ci fanno da specchio, ce le sentiamo dentro tanto quanto la nostra. Sentiamo il loro dolore come fosse il nostro.
Lei mi fece pensare a molte cose. Aveva abiti semplici, nemmeno troppo puliti.

 Pensai alla povertà, quella che incontravo tutti i giorni e che bypassavo ogni volta che entravo in un negozio attratta dal solito abitino nero, un altro della serie.

 Mi fece pensare alla solitudine, quella che a volte faticavo a vivere e altre faticavo a lasciar andare via.

Mi fece pensare all’amore, quello mai trovato, quello solo sfiorato, quello timidamente accarezzato, quello deprivato, quello tormentato.

Mi fece pensare alle mancanze più che alle assenze: a chi non avevamo più dentro ma esisteva fuori e dappertutto.

Era natale, c’era quell’aria di insoddisfazione che portava a vedere nebbia, a vedere malinconie travestite da maniacalità, povertà travestita da ricchezza, stupidità travestita da intelligenza.

Ma lei no. Lei se ne stava lì.
Io me ne stavo lì.
E mi portò a ricordare che se ero lì, che se fossi un giorno stata lei…sarebbe stato per quelle mancanze.

Ed io non riuscii mai più a capire.


Se a mancarmi ero io. Se a mancarmi era l’abitudine. Se a mancarmi era lui.

Vissi così.


giovedì 20 agosto 2015

Agosto, un anno dopo.


Tornare a scrivere.
 Accade quasi sempre d estate, quasi sempre nel buio, quasi sempre nel dolore.
È cosi: non c'è fiore, non c'è luna, non c'è mare.
Solo cipressi, nebbie, deserti.

Fissare il soffitto essendo ad esso paralleli. Bianco come un foglio. Immaginare vi si materializzino le risposte alle domande tortuose e opprimenti che affollano una mente stanca.

Il dolore è affascinante, esteticamente perfetto. È sempre vestito dei suoi migliori abiti. Si presenta agli appuntamenti,  sembra quasi non deludere mai. Ciclicamente torna, come le stagioni, la neve, l afa.
Elegante ogni volta. È il pieno di quel vuoto che senti. Il vuoto...

...dell amare.
Il concetto più astratto tra i concetti astratti. Un "dovere" per molti, un "volere" per pochi, un "potere" per alcuni.

Mentre preparavo una valigia sapevo che sarebbe stata sicuramente  leggera alla partenza e più pesante al ritorno ma mai avrei pensato di doverla disfare ancor prima di tutto ciò.

Non parti.
Non torni.
Non ami.
Non odi.

È un limbo affascinante e devastante al contempo. È lo stare fermo. Perché a volte devi stare così:immobile, come bloccato nelle sabbie mobili, sospeso, a metà tra il bene e il male, il dovere e il piacere.

Attendere chi? Attendere cosa?

Ci piace solo perché nutre le nostre sofferenze, ciba il tormento del nostro animo, qualora ne avessimo uno.

E cosi viviamo appesi perché incapaci ad essere felici ma troppo capaci ad esser tristi.



domenica 19 ottobre 2014

Il gatto del vicino.

Accade sempre che, quanto meno uno voglia ricordare, tanto più si è violentati nel farlo da una marea di stimoli non solo mentali ma soprattutto esterni e dunque fuori dalla nostra volontà.

Sono giorni che vedo gatti. Non gatti in generale, ma gatti che mi ricordano "quel gatto".  Scendo dalla macchina, torno al parcheggio della macchina e ci sono sempre loro: quei gatti che non si conoscono tra loro, né tra me e loro, che sembrano quel caro gatto che mi riporta a quella cara persona.
Perché la vita è cosi, si diverte con poco. Ma se per lei è poco, per te è decisamente troppo.

Hai presente il gatto che da piccolo non potevi tenere in casa perché i tuoi non volevano e così ti sei affezionato a quello del vicino? Ma poi, un giorno, il vicino parte: se lo porta e tu sei un bambino infelice a cui hanno portato via qualcosa. Te la prendi col vicino, piangi, ti disperi, capisci che non poteva fare altro e il gatto non torna più.

A qual piccolo ammasso di pelo mi ero affezionata nella misura in cui sembrava anche essere stato preso per me, per averne una parziale ed indiretta cura, per consentire presenza, per rendermi la vita più bella.

Ora che il vicino è andato via, ora che sono un adulto e non più bambino, a me continua a mancare il mio gatto. Mi manca l'abitudine, il rituale, il pensarlo come meta di giornate un po' amare.

E il mio vicino chi era?
La mia abitudine.
Il mio rituale.
La mia meta o forse metà.

Esisteva l'uno ed esisteva l'altro, complementarietà ed unicità che amavo guardare, respirare, sentire.

Il corso delle cose è così, è fatto di una costante privazione che, ahimè, ti si ripresenta sempre, sotto forme simili ma mai identiche, che puoi solo guardare come fossero statuine nelle palline di vetro su cui si posa, agitandole, della finta neve.


Il ricordo spaventa, il ricordo fa male, ma se non sei tu a cercarlo e viene lui a trovarti, a ben rifletterci, è molto bello e naturale.

A te, mio caro vicino, al tuo cuore ed alla tua anima...esso va.



domenica 31 agosto 2014

Agosto

Ho appena ucciso un bacarozzo, non so se riuscirò a dormire.

Che sia un bacarozzo o una formica o una microzanzara non fa la benché minima differenza per me: è estate, è agosto, è insofferenza.
Quel letargo che per i più coincide con l'autunno, per me inizia con l'avvento della bella stagione, della vostra bella stagione! Io sono di tutt'altro avviso o forse, semplicemente,  il ricordo dei miei precedenti mesi di agosto (non propriamente felici!) esacerba più o meno latenti distimie stagionali!
Trovavo, trovo e troverò l'afa opprimente, forse di per sé non lo è molto ma mi ricorda amori non corrisposti, amori mal corrisposti, amori umiliati ed umilianti di cui la mia sessione estiva di vita ha sempre pullulato! Per quanti sia così non lo so ma per me agosto è una sorta di trauma mai superato!
"Abbronzati, non credi che tu ne abbia bisogno?!". Frasi tipica di gente fin troppo tipica. Ogni volta che qualcuno pronuncia un simile dictat mi sopraggiunge una insolita stanchezza, come se mi venisse risucchiata energia. Scontatezza e leggerezza altrui, secondo me. Pesantezza, tutta mia.

Estate è quando tutti bevono birra gelata, mojito e tu? Tu no, tu non puoi, il tuo colon irritabile è il tuo pass verso l'asocialita'!
Estate è quando aspetti la sera perché se la tua "ascella pezza"sai che si noterà meno!
Estate è il trionfo delle famigerate notti bianche, trionfo di qualunquismo e cattivo gusto estetico, morale e musicale!

Estate è agosto, agosto è estate!
Ho capito che proprio non mi piace, anche con la leggerezza dell'animo e l'amore nel cuore, non mi piace. Il mio dna deve sicuramente contenere una sequenza tale da avermi creata con profonda idiosincrasia a tutto quello che a voi genera entusiasmo!

Oggi è il 31 di agosto e sembra essere una giornata interminabile, si alterna caldo a freddo, sole a nuvole, ottimismo a pessimismo, ricordi a proiezioni, sollievo ad angoscia.
Penso alla fine dell'estate dell'anno passato.
Provo a pensare all'inizio dell'autunno  di questo anno e non mi aspetto nulla, se non la ciclicità,  se non che tra un anno in questo giorno a quest'ora starò qui con gli stessi identici pensieri. È li che il tempo ti sembra un cerchio, in cui l'inizio e la fine coincidono.

Nel frattempo cala il sole, elemento schizofrenico di questa giornata, mi accingo ad una lunga sera che, nonostante tutto, godro' fino alla fine, per averne il ricordo migliore, di ogni singolo momento peggiore!
Qualcosa ne resta.
Di anno in anno, agosto, comunque...se ne va!


mercoledì 4 giugno 2014

Ai nemici ed agli amici

Come può la solitudine fare paura?

In tempi non sospetti, ammetto che mi circondavo di gente, la cercavo, accompagnandomi persino di individui inutili e di dubbio gusto morale ed estetico. Accettavo la diversità non perché mi piacesse, ma semplicemente perché mi "faceva comodo". E così mi facevano comodo quelle facce, quei temperamenti, quei posti, quei gusti che erano altro da me, non mi rappresentavano: mi imbattei in una relazione sentimentale fantasmatica, in amicizie amorfe, in posti affollati di corpi senza anime. Autoconvinzione che fossero persone giuste, posti giusti, temperamenti giusti.
Un'abbuffata che saprei avrei vomitato, prima o poi.

Quando quel poi sopraggiunse mi sentii più o meno come si era sentito Jung nel suo viaggio dell'esplorazione della mente umana quando affermava:"Fui sempre presente e vicino per molti uomini, fino a che avevano qualche rapporto col mio mondo interiore; poi poteva accadere che non fossi più vicino a loro, perché non vi era più nulla che ci legasse". Egli continua dicendo:"Fui capace di interessarmi intensamente di molti uomini ma non appena ero penetrato in loro l'incantesimo finiva. In tal modo mi feci molti nemici. Ma un uomo dotato di spirito creativo ha poco potere sulla sua vita. Non è libero. È incatenato e sospinto dal suo demone"
Io mi ero sentita proprio così dopo aver fatto "pulizia".

Mi stancavo, mi stufavo, e il famigerato demone agiva...quasi scisso da quel che sono!
Nella dicotomia di un pensiero c'era da un lato la convinzione di essermi fatta realmente troppi nemici mentre dall'altro quella di essermi liberata di soggetti già vissuti, visti e capiti che non mi davano più nulla; temevo che loro avessero usato me ma forse io avevo usato loro.
Ad oggi mi sento sconfitta e vincente al contempo, nel peggiore dei bipolarismi possibili. Mi disturba l'idea che le persone siano avvezze alla continuità relazionale mentre per me esistono periodi popolati da persone entusiasmanti finché questo entusiasmo non finisce. Mi sento vincente perché so di aver "spremuto" ogni singolo individuo il cui cammino ho incrociato. Non credo nessuno mai,o forse pochi, riuscirà a capire cosa vuol dire "esplodere" per aver saputo o conosciuto troppo dell'altrui vite ma una cosa appare certa: "...la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario e l'amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri".
Con affetto,

ai miei nemici come ai miei amici.


martedì 29 aprile 2014

La valigia

Qualsiasi viaggio tu faccia, ovunque tu lo faccia, con chiunque tu lo faccia,
sai che la valigia al ritorno è sempre più pesante.
Pesa di panni sporchi, che da puliti erano tutti ben piegati; ora, invece, buttati alla rinfusa fanno volume.
Pesa di acquisti, di roba comprata per sé stessi, per qualcun altro, per nessuno.
Pesa di ricordi che non riesci a comprimere. Vorresti, ma non basta sedersi sopra con tutto il tuo corpo.

Come pesano i ricordi, inquantificabile mole, potresti svuotare la valigia di tutto ciò che di concreto e tangibile c’è che non sarebbe affatto più leggera.
E’ la valigia che ti porti dentro, racchiude facce, sguardi, strade, piazze, respiri: te li sei portati e riportati appresso come anima in pena; quando riempi, quando svuoti, stanno lì.
Ed è sempre e solo questione di addizione, mai e poi mai di sottrazione!
Ti ritrovi sempre ad aggiungere e mai a togliere ed il bello è che il “contenitore contiene”,  si gonfia come fiume in piena ma non straripa.

Qualsiasi viaggio tu faccia, ovunque tu lo faccia, con chiunque tu lo faccia,
sai che la valigia al ritorno è sempre più pesante.
Ma poi cosa è ‘sta valigia?!
Spazio sconfinato, delimitato dal nulla, immagine mentale, anima ingombrante ed ingombrata.
Pesa.

E sto.