Accade sempre che, quanto meno uno voglia ricordare, tanto più si è violentati nel farlo da una marea di stimoli non solo mentali ma soprattutto esterni e dunque fuori dalla nostra volontà.
Sono giorni che vedo gatti. Non gatti in generale, ma gatti che mi ricordano "quel gatto". Scendo dalla macchina, torno al parcheggio della macchina e ci sono sempre loro: quei gatti che non si conoscono tra loro, né tra me e loro, che sembrano quel caro gatto che mi riporta a quella cara persona.
Perché la vita è cosi, si diverte con poco. Ma se per lei è poco, per te è decisamente troppo.
Hai presente il gatto che da piccolo non potevi tenere in casa perché i tuoi non volevano e così ti sei affezionato a quello del vicino? Ma poi, un giorno, il vicino parte: se lo porta e tu sei un bambino infelice a cui hanno portato via qualcosa. Te la prendi col vicino, piangi, ti disperi, capisci che non poteva fare altro e il gatto non torna più.
A qual piccolo ammasso di pelo mi ero affezionata nella misura in cui sembrava anche essere stato preso per me, per averne una parziale ed indiretta cura, per consentire presenza, per rendermi la vita più bella.
Ora che il vicino è andato via, ora che sono un adulto e non più bambino, a me continua a mancare il mio gatto. Mi manca l'abitudine, il rituale, il pensarlo come meta di giornate un po' amare.
E il mio vicino chi era?
La mia abitudine.
Il mio rituale.
La mia meta o forse metà.
Esisteva l'uno ed esisteva l'altro, complementarietà ed unicità che amavo guardare, respirare, sentire.
Il corso delle cose è così, è fatto di una costante privazione che, ahimè, ti si ripresenta sempre, sotto forme simili ma mai identiche, che puoi solo guardare come fossero statuine nelle palline di vetro su cui si posa, agitandole, della finta neve.
Il ricordo spaventa, il ricordo fa male, ma se non sei tu a cercarlo e viene lui a trovarti, a ben rifletterci, è molto bello e naturale.
A te, mio caro vicino, al tuo cuore ed alla tua anima...esso va.





