giovedì 20 agosto 2015

Agosto, un anno dopo.


Tornare a scrivere.
 Accade quasi sempre d estate, quasi sempre nel buio, quasi sempre nel dolore.
È cosi: non c'è fiore, non c'è luna, non c'è mare.
Solo cipressi, nebbie, deserti.

Fissare il soffitto essendo ad esso paralleli. Bianco come un foglio. Immaginare vi si materializzino le risposte alle domande tortuose e opprimenti che affollano una mente stanca.

Il dolore è affascinante, esteticamente perfetto. È sempre vestito dei suoi migliori abiti. Si presenta agli appuntamenti,  sembra quasi non deludere mai. Ciclicamente torna, come le stagioni, la neve, l afa.
Elegante ogni volta. È il pieno di quel vuoto che senti. Il vuoto...

...dell amare.
Il concetto più astratto tra i concetti astratti. Un "dovere" per molti, un "volere" per pochi, un "potere" per alcuni.

Mentre preparavo una valigia sapevo che sarebbe stata sicuramente  leggera alla partenza e più pesante al ritorno ma mai avrei pensato di doverla disfare ancor prima di tutto ciò.

Non parti.
Non torni.
Non ami.
Non odi.

È un limbo affascinante e devastante al contempo. È lo stare fermo. Perché a volte devi stare così:immobile, come bloccato nelle sabbie mobili, sospeso, a metà tra il bene e il male, il dovere e il piacere.

Attendere chi? Attendere cosa?

Ci piace solo perché nutre le nostre sofferenze, ciba il tormento del nostro animo, qualora ne avessimo uno.

E cosi viviamo appesi perché incapaci ad essere felici ma troppo capaci ad esser tristi.