“Io
non ti aspetterò e non ti chiederò scusa di questo. Non sarò il fiorista che
recapita girasoli né la mano accogliente a distanza ma dio solo sa se non
vorrei che tu fossi qui, e per qui intendo un raggio umanamente visibile e
percorribile non solo dalle parole. Non ti pretendo vicina di casa ma ti sogno
realizzabile”.
Gocce…1, 2, 3….6. Gocce. Splash, splash, splash. Quando
sentivo il rumore del loro armonico cadere nel mezzo bicchiere d’acqua provavo
un sollievo, un enorme sollievo. Il momento successivo, il sorseggiarle
assaporandole con cura, l’apoteosi. E così chiudevo gli occhi, aspettando il
momento meno lucido della mia giornata, spalmata sul mio letto come un geko
alla sua parete. Caldo, freddo, freddo, caldo: simili erano le sensazioni di
quel viaggio serale che iniziava così. L’abbandono, infine, al mondo onirico
era l’unica certezza che possedevo, l’unico momento che placava la mia anarchia
interiore, una ricercata serenità mai trovata nell’arco delle precedenti sedici
ore di un’interminabile giornata fatta di schizofrenici minuti in labili ore.
La parola “dipendenza” mi si addiceva nella misura in cui pensavo alle gocce
anche quando sapevo benissimo che erano semplicemente il mio pass verso
l’obnubilamento notturno dei sensi. Ma ci pensavo, si. Sarebbe stato bello
intorpidire tutte le altre ore, quei minuti, quei secondi. Dovevo fermarmi. La
mente doveva farlo e non di certo anestetizzandosi. Sostituivo una dipendenza
con un’altra, sostituivo la dipendenza da lui con sostanze dal dubbio gusto.
Quanta sprecata consapevolezza, inutile consapevolezza. E quelle parole lì su,
quelle tra ingombranti virgolette, avrei voluto discioglierle come gocce
nell’acqua, ingerirle e rivomitarle, per liberarmene per sempre. Ma come fai a
liberarti di un pensiero che un tempo era stato pensato e scritto per te? Come
fai a metterti al di là di esso e guardarlo come si guardano anonime scritte su
di un muro? Per quanto male facesse, le leggevo e le rileggevo, componevo e
scomponevo significati, aggiungevo, sottraevo, ottimismo, pessimismo, slanci e
morte. E quelle parole erano tutto questo: il marasma in poco più di tre righe,
l’idiosincrasia. Un marasma che, a
volte, non mi lasciava respirare e mi impallidiva a tal punto da farmi perdere
la percezione dei contorni del mio volto. Cosa si è per le persone? Null’altro
che momento nel loro momento. C’è chi di quel momento sa, a un certo punto,
fare a meno. C’è chi, invece, di quel momento ne fa il turbamento di frammenti
di esistenza, ne fa la dipendenza della sua dipendenza. Ecco, da cosa
dipendessi non lo sapevo. Persone, pensieri, ricordi, gesti: per tutto questo
c’erano le gocce, per ricordarmi di dipendere da una sola sostanza che
racchiudeva in sé mille forme. E lui cosa era? Il suo caos in me. Ed Io? Il mio
caos nel suo. Cosa ne rimaneva? Sempre e soltanto abuso…di gocce.

Thumbs up.
RispondiEliminadovrei postare la prima parte!!!
EliminaDa pazzi!