domenica 16 giugno 2013

...un estratto dal "romanzo" che sto scrivendo!

“Io non ti aspetterò e non ti chiederò scusa di questo. Non sarò il fiorista che recapita girasoli né la mano accogliente a distanza ma dio solo sa se non vorrei che tu fossi qui, e per qui intendo un raggio umanamente visibile e percorribile non solo dalle parole. Non ti pretendo vicina di casa ma ti sogno realizzabile”.

Gocce…1, 2, 3….6. Gocce. Splash, splash, splash. Quando sentivo il rumore del loro armonico cadere nel mezzo bicchiere d’acqua provavo un sollievo, un enorme sollievo. Il momento successivo, il sorseggiarle assaporandole con cura, l’apoteosi. E così chiudevo gli occhi, aspettando il momento meno lucido della mia giornata, spalmata sul mio letto come un geko alla sua parete. Caldo, freddo, freddo, caldo: simili erano le sensazioni di quel viaggio serale che iniziava così. L’abbandono, infine, al mondo onirico era l’unica certezza che possedevo, l’unico momento che placava la mia anarchia interiore, una ricercata serenità mai trovata nell’arco delle precedenti sedici ore di un’interminabile giornata fatta di schizofrenici minuti in labili ore. La parola “dipendenza” mi si addiceva nella misura in cui pensavo alle gocce anche quando sapevo benissimo che erano semplicemente il mio pass verso l’obnubilamento notturno dei sensi. Ma ci pensavo, si. Sarebbe stato bello intorpidire tutte le altre ore, quei minuti, quei secondi. Dovevo fermarmi. La mente doveva farlo e non di certo anestetizzandosi. Sostituivo una dipendenza con un’altra, sostituivo la dipendenza da lui con sostanze dal dubbio gusto. Quanta sprecata consapevolezza, inutile consapevolezza. E quelle parole lì su, quelle tra ingombranti virgolette, avrei voluto discioglierle come gocce nell’acqua, ingerirle e rivomitarle, per liberarmene per sempre. Ma come fai a liberarti di un pensiero che un tempo era stato pensato e scritto per te? Come fai a metterti al di là di esso e guardarlo come si guardano anonime scritte su di un muro? Per quanto male facesse, le leggevo e le rileggevo, componevo e scomponevo significati, aggiungevo, sottraevo, ottimismo, pessimismo, slanci e morte. E quelle parole erano tutto questo: il marasma in poco più di tre righe, l’idiosincrasia. Un  marasma che, a volte, non mi lasciava respirare e mi impallidiva a tal punto da farmi perdere la percezione dei contorni del mio volto. Cosa si è per le persone? Null’altro che momento nel loro momento. C’è chi di quel momento sa, a un certo punto, fare a meno. C’è chi, invece, di quel momento ne fa il turbamento di frammenti di esistenza, ne fa la dipendenza della sua dipendenza. Ecco, da cosa dipendessi non lo sapevo. Persone, pensieri, ricordi, gesti: per tutto questo c’erano le gocce, per ricordarmi di dipendere da una sola sostanza che racchiudeva in sé mille forme. E lui cosa era? Il suo caos in me. Ed Io? Il mio caos nel suo. Cosa ne rimaneva? Sempre e soltanto abuso…di gocce.




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