Mi sembrava immenso, molto più di quanto realmente fosse.
Affollattissimo, di anime silenti in strutture maestose e dal
fascino irresistibile. Non si sentiva che lo scricchiolare dei miei anfibi
sulle foglie secche ed il vento ed il volo basso di cornacchie nere che si posavano
su quelle imponenti tombe consumate dagli anni, rivestite ormai di muschi e
foglie. Quel posto raccontava vite, non era affatto il luogo della morte, c’era
più vita lì che in una piazza gremita di gente. In genere il perdermi in luoghi
sconosciuti mi generava un’ansia enorme, l’essermi persa nel cimitero di
Père-Lachaise placò ogni mia dannazione.
Il fascino è decadenza, è imperfezione, è usurato dal tempo,
è colore sbiadito, è un raggio di sole a malapena percepito tra rami di alberi
spogli. In certi posti vedevo il senso che altrove non c’era, capivo ciò che mi
dava vita. L’estetica “raccapricciante” , per i più, era l’estetica delle estetiche, per me.
Purtroppo non avevo molto tempo: i miei occhi si riempirono
di lacrime di fronte alla tomba di quel ragazzo,
all’epoca 27enne, che cantava di quanto “le
persone sono strane”. Si camuffava tra tutti quegli spiriti, differiva perché aveva
una foto, lì dove le foto erano superflue. Ognuno poteva essere ricordato per
la particolarità del luogo specifico in cui risiedeva.
E capii una gran cosa.
La vita avrebbe dovuto parlarci di meno e la morte di più, ed
invece…

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